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Festa della mamma, implacabile come ogni anno: arriva a sottolineare quello che non sono.

E pensare che, se tutto fosse andato secondo i piani, sarei mamma da ben 15 anni.

I primi sono stati anni di attesa, di trepidazione e di speranza: osservavo le altre mamme ricevere – con quell’aria di pienezza e soddisfazione – i regalini che i bimbi preparavano a scuola, ne vedevo il lato romantico, le invidiavo un po’ e mi dicevo che prima o poi ci sarei passata anche io.

Pensavo ancora che fare un figlio fosse semplicemente una questione di scelta: decidi col tuo uomo che è giunto il tempo, che quell’amore che vi lega fiorisca finalmente nel miracolo della vita, smetti di avere precauzioni e il gioco è fatto.

Il prossimo che mi dice che i figli sono una scelta, lo fulmino. Perché la mia esperienza insegna che sono pochi i genitori veramente consapevoli e che la maggior parte dei figli sono frutto del caso.

Non che questo sia sbagliato a prescindere, per carità. Se la vita e la natura fanno questo corso, se questo è il volere di Dio, una ragione ci sarà pure. Ma io mi fermo sul dato di fatto. Constato che le domande “vere” su cosa vuol dire essere genitore e scegliere di mettere al mondo un figlio, nascono proprio quando questo figlio tarda ad arrivare, mentre quando le cose succedono senza essere programmate o seguono i piani senza troppi intoppi, le domande te le poni – forse – cammin facendo, o forse non te le poni neppure e segui il flusso della vita. Beata ignoranza, vita beata!

Aspetta, Luna… ormai si sa, secondo le teorie della reincarnazione sono i figli a scegliere i propri genitori…

Ah, perfetto… In 15 anni nessuno mi ha ritenuto degna di essere sua madre!

Facciamo spazio all’inadeguatezza e ai sensi di colpa. Del resto, in qualche parte remota del mio cuore ho sempre avuto paura di non essere all’altezza di fare la madre: insomma, come posso farmi carico completamente della vita di un altro quando già fatico a tenere in piedi la mia?

Comunque… passando gli anni in questa perenne attesa, il mio sguardo è diventato un po’ più critico e anche cinico: mi sembra che ci sia una rigida selezione naturale per diventare genitore e che questa ci abbia scartato, perché noi non siamo abbastanza “normali” per fare questa esperienza. Troppo cervellotici. Troppe domande senza risposta. Forse i figli alla ricerca di genitori hanno pensato che la vita con noi sarebbe stata troppo dura!

Mi perdonino o sopportino i “genitori normali” che inciampassero in questo scritto, si mettano nei miei panni e comprendano che tutto può andare bene, pur di trovare una ragione alle ingiustizie della vita e alle proprie sofferenze. Si godano questa festa della mamma senza fare troppo caso alle mie elucubrazioni… oppure sfruttino l’occasione per interrogarsi su come sono diventati genitori.

Vabbè, però hai ancora tempo, non si può mai sapere, magari quando non ci pensi più, quando ti sei messa il cuore in pace…

COSA?!? A questo punto preferirei evitare di diventare una mamma-nonna. Mi abituerò a sopportare per il resto della vita il giorno della festa della mamma e mi godrò gli altri 364 giorni dell’anno.

Io non lo so se ci sono arrivata, finalmente, a mettermi il cuore in pace, ma so che voglio essere felice. Me lo merito. So che voglio vivere la mia vita come un dono nonostante mi doni tante sofferenze. E non voglio delegare questa felicità a nessuno, men che meno a una creaturina che avrebbe bisogno di realizzare sé stessa e non di compiacere me o di realizzare per me ciò che io non sono riuscita a fare.

Della Festa della mamma, oggi, non vedo più il lato romantico. Vedo una sorta di contentino nei confronti di una donna che sacrifica il proprio corpo, la propria mente e le proprie energie per gli altri e, checché se ne dica, non lo fa gratuitamente ma creando dei legami inconsci spesso catastrofici.

L’aspetto positivo, quindi, è che mi sono evitata di condizionare inconsciamente dei figli? Perché, siamo onesti, ogni genitore proietta aspettative sul proprio figlio e, in modi più o meno esasperanti, più o meno consci, gli chiede di realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare per sé.

No, non è questo l’aspetto positivo. Credo che non esista il genitore perfetto e che anche il migliore, più attento a dare il meglio di sé, non possa evitare ai propri figli quei traumi psicologici infantili che lo condizioneranno a vita e dai quali dovrà imparare a liberarsi da solo. È la struttura umana che funziona così.

E allora?

C’è che noi, genitori mancati, trovandoci con un desiderio esistenziale insoddisfatto, ci dobbiamo fare il culo quadruplo per comprendere veramente chi siamo.

Se quei figli fossero arrivati, sarei mamma, a volte adeguata a volte in affanno, avrei seguito il flusso normale della vita, mi sarei trovata in un fiume con il suo normale corso.

Stamattina, per la festa della mamma, sarei andata a messa con i miei figli, nel pomeriggio magari li avrei portati a dottrina. Avrei ricevuto i miei regalini, sempre che anche un adolescente ci tenga ancora a queste cose! Sarei qui a programmare le cose per garantire loro il futuro migliore possibile, secondo i miei standard, ovviamente. Sarei proiettata tutta in loro funzione. Lo so, perché io sono fatta così, le cose non le faccio a metà ma con tutta me stessa. Mi sentirei in colpa a ritagliarmi dello spazio per me. E sono certa che molte mamme si comportano così.

Invece la vita mi ha messo in condizione di pensare a me, di pensare a noi come coppia che ha scelto e sceglie ogni giorno di stare insieme, anche se di figli non ce ne sono a rinforzare il legame o a dargli quantomeno una giustificazione.

Ecco dove sta la fortuna.

Essere senza figli è condizione umana e non punizione divina. È avere l’opportunità di prendersi cura di sé e di quel bambino interiore ferito che ognuno ha. Diventare genitori di sé stessi. Diventare “grandi” davvero.

genitori mancati

Diventare mamma di me stessa senza sentirmi più in balia di altri o sotto ricatto affettivo e psicologico. Trovare la mia strada e il mio posto nel mondo, fuori dalla normalità della donna-mamma, evitando di delegare ad altri – i figli – la mia realizzazione e la mia felicità. Resistere con fiducia alla paura di ritrovarsi da sola, un giorno, senza nessuno che si prenda cura di me: i figli non possono essere una garanzia in questo senso.

Scegliere ogni giorno di condividere la vita con mio marito, ridefinendo continuamente l’orizzonte da raggiungere insieme.

È una strada dura, spesso in salita, poco battuta, poco condivisa perché c’è ancora una sorta di tabù o di vergogna a parlarne apertamente. Eppure piena di bellezza e di ricchezza.

Come quelle calette al mare che per raggiungerle fai una gran fatica, che ti devi caricare sulle spalle tutto – cibo, bevande, ombrellone – perché “non c’è niente”… eppure, in quel niente c’è “il tutto”.

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