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Passano gli anni.

Parenti, amici, conoscenti, prima o poi, hanno la loro lieta notizia da comunicare: l’arrivo di un figlio!

Il mio grande rammarico è quello di non riuscire più a gioirne in maniera piena e sincera. Lo giuro, certe volte lo vorrei, certe persone se lo meriterebbero… Ma dovrei scindermi in due e dimenticare quella parte di me che si contorce dal dolore e dice:

 

Tic-tac! Il tempo passa e per te le speranze di concepire un figlio sono sempre meno!

Perché anche a questi sì e a me no? (Mi si presenta l’immagine di me stessa che mi fa il gesto dell’ombrello)

Oddio, dovrò sorbirmi altre gare di somiglianza, racconti di cambi di pannolini, pipì, popò, vomitini?!

 

Di solito, riesco a mascherare piuttosto bene questa parte cinica, almeno per tutta la gravidanza, anche finchè il pargolo ha pochi mesi di vita, soprattutto se le visite sono estremamente sporadiche…

Ma, alla fine, il risultato è sempre lo stesso: auto-eliminazione dagli incontri sociali, auto-salvaguardia di sè stessi (per evitare incazzature e infelici esternazioni che non possono essere comprese), isolamento e solitudine in crescendo.

Attenzione, però. Esiste modo e modo di dare la comunicazione a una coppia di genitori mancati.

Penso che una buona miscela di sensibilità, buon senso ed empatia possa rivelarsi più che sufficiente, quantomeno per evitare che il dito affondi troppo nella piaga. Io mi divertirò a raccontare due modalità estreme che ci sono capitate: una mi ha portato a tagliare completamente i ponti con la coppia in questione, l’altra ha portato la futura mamma sulle vette più alte della stima e dell’amicizia e permette che ci possiamo frequentare anche ora che il pargolo ha qualche anno.

 

CASO UNO: EVITARE LE SORPRESE

Abbiamo un invito a pranzo per domenica: un’occasione per festeggiare il loro trasloco nella casa nuova e dare la possibilità agli uomini di guardare insieme la partita.

Da quando questi si sono sposati, io ho completamente perso di vista lei: sono passati diversi mesi, mi si dice che lavori molto, che abbia avuto anche qualche problemino di salute… Prima del matrimonio avevamo condiviso momenti di intimità: sapevo di alcune delicate dinamiche del loro rapporto, sapeva del nostro desiderio di genitorialità e del dolore di non essere ancora riusciti a realizzarla.

L’invito è arrivato direttamente a Gabriel da parte di suo marito.

Arriviamo. Baci e abbracci. Visita della casa nuova. Entriamo nella futura camera del figlio. É lì che mi accorgo della siluette di lei e già mi sento mancare. Coraggio, Luna – mi dico – ormai sei qui è il gioco lo devi reggere.

“Ma… Sei solo ingrassata o hai qualcosa da dirci? Vedo una pancetta…”

I due stronzi sfoderano un gran sorriso, dove ci vedo anche qualcosa di sadico, e lei dice di essere al sesto mese.

Ecco – penso – più sono stronzi, indelicati e senza cuore… meno sono legati come coppia… e più figliano!

Mentre sciorino mentalmente una infilata di parolacce e cerco, mio malgrado, di fare i complimenti e gli auguri del caso, scatta una sorta di gioco stupido che solo gli uomini sanno fare, nel quale si rincorrono dandosi botte e parole, mentre lui si gongola come il maschio alfa e io lo vedo sminuire coi suoi atteggiamenti mio marito, che dopo anni di tentativi ancora non ha raggiunto lo stesso obiettivo e che, nonostante tutto, è sinceramente contento della notizia.

Il pranzo è stato per me un continuo tentativo di trattenere il pianto, di evitare lo svenimento, di evitare di dar sfogo al senso di ingiustizia che percepivo. Di far finta che mi interessasse come avevano intenzione di affrontare la nascita, sistemare la casa eccetera. Dentro di me urlavo: ma come non avete potuto pensare di avvisarmi prima? di darmi tempo per realizzare la cosa? ma che razza di sorpresa pensavate di farmi?

Finito lo strazio del pranzo e della partita, non ho più ripreso i contatti.

Lui ogni tanto ho la sfortuna di vederlo perchè continua a frequentare mio marito – gli uomini perdonano più facilmente o forse danno meno rilevanza a certe cose.

Lei è segregata in casa col figlio, come se essere mamma fosse una sorta di malattia, e quelle due volte che l’ho vista fuori con il piccolo ho avuto compassione per lui, perchè avere una mamma così ansiosa sempre addosso e un padre-bambino pressoché assente non deve essere una cosa facile…

 

CASO DUE: BASTA UN PO’ DI DELICATEZZA

Con lei ho ripreso i contatti grazie a Facebook. Siamo state grandissime amiche da ragazzine: trascorrevamo le vacanze insieme in colonia e ci scrivevamo lettere lunghissime con le nostre urgenti questioni adolescenziali. Poi abbiamo perso i contatti.

Quasi 20 anni dopo abbiamo scoperto che l’amicizia che ci legava era vera e poteva essere ripresa. Abbiamo recuperato e condiviso le gioie e i dolori degli anni persi. Ci vediamo di rado perchè abitiamo distanti ma quando lo facciamo è tempo assolutamente di qualità. Poi ci sono mail, sms, whatsapp che velocizzano le comunicazioni… Mica come da ragazzine, che passavano almeno 10 giorni prima di ricevere la lettera di risposta!

Lei si lascia con il fidanzato e inizia a frequentarsi con un altro.

A un certo punto fa di tutto per vedermi e si organizza per raggiungermi da sola e passare un pomeriggio con me.

Ricordo la delicatezza nelle sue parole, l’imbarazzo nell’espressione e una specie di senso di colpa… nel dire: “Luna, non so come spiegarmelo, che persone speciali come te e Gabriel, che sareste i genitori che ogni bambino vorrebbe, non riescano ad avere figli… e persone come me si trovino a diventare mamma quasi per caso, senza averlo pensato… ho voluto dirtelo di persona, guardandoti negli occhi per essere certa di non ferirti o di poterti essere d’aiuto nel caso lo avessi fatto… Ho evitato di far passare troppo tempo perchè non volevo che te ne accorgessi guardando la mia pancia… non so che mamma sarò e se sarò capace di questo compito a cui non sono preparata…”

Io lo so: sarai, sei una buona madre e tuo figlio è fortunato. Grazie.

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