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Eccola lì: una mamma, un papà, un bambino…

Tre cuori e una capanna. Non serve altro per fare la felicità. Questo ci hanno inculcato fin nelle viscere, da quando eravamo bambini trasognanti davanti alla statua di Gesù bambino.
Poi ci sono il bue e l’asinello, le pecorelle e i pastori, la stella cometa: quale immagine così semplice, bucolica, commuovente!

E… se il bambino non c’è? Che famiglia è?!
Incompleta, vuota. Incompatibile col Natale. È solo una coppia non una famiglia. O al massimo, una famiglia di serie “B”.
Anche chi cerca di trattare l’argomento con tatto cade nella trappola, dicendo: “sono molti i motivi per cui una coppia potrebbe non esssere ancora diventata una famiglia…”

Il Natale è la festa dei bambini, la feste di quelle famiglie dove ci sono bambini.
Lo scopo stesso di ogni matrimonio è quello di avere figli. Se disattendi a questo scopo diventi un emarginato. E, purtroppo, lo diventi anche al di fuori dell’ambito strettamente cattolico, ci pensano i giri delle comuni relazioni sociali. No baby, no party!

Anch’io da bambina adoravo il Natale. In fondo al cuore avevo già un po’ di inquietudine ma, beata ignoranza, mi mancavo i mezzi per sondarla.
Così prendevano il sopravvento l’eccitazione per la tregua scolastica ed i rituali (i fioretti, le messe col vestito della festa, le confessioni sempre con gli stessi peccati, il salvadanaio per raccogliere durante l’avvento le monetine per i più poveri, il bacio a Gesù bambino), la speranza di vedere scendere la neve perché ricoprisse tutto col suo manto candido ed ovattante, la gioia di fare il presepe nel quale sfogare un po’ di creatività da condividere coi più grandi.
Non certo per i regali, quelli no, perché da noi arrivano prima: li porta Santa Lucia, il 13 dicembre.
Però, crescendo, a Natale, a sorpresa, un regalino ai “grandi” io ogni tanto lo facevo: se lo meritavano, con tutto lo sgobbare che facevano durante l’anno! Avevo due genitori che solo il colpo della sterga riusciva a fermare dal lavoro e dall’enorme senso di responsabilità e desideravo che fosse festa anche per loro: un pensierino inaspettato, niente di troppo costoso e impegnativo, ma se lo meritavano.

Quest’anno non abbiamo parlato neanche di tirare fuori gli addobbi. Quelli dell’anno scorso credo di averli sistemati definitivamente quest’estate. Ci vuole troppo tempo, troppa fatica, troppo investimento emotivo a fronte di una scarsa soddisfazione.

Ora che sono io quella “grande”, non ho nessun “piccolo” per cui allestire l’albero e il presepe, non c’è nessun “piccolo” che ha quell’eccitazione per farlo con me o che voglia farmi un pensierino, non perché ne abbia bisogno ma perché, in fondo, anch’io me lo merito. Me lo merito anche se non sono mamma. Anzi, me lo merito soprattutto perché non sono mamma. Perché nessuna mamma, neanche la mia, può capire cosa si prova a rimanere in uno stato di attesa per tutta la vita, con quel senso di vuoto, al ventre e al cuore, che ti prende quando meno te lo aspetti, soprattutto in certe ricorrenze in cui “si deve” essere felici, più buoni, più disponibili. Tutte le mamme hanno avuto la pancia piena. Tutte le mamme nutrono il loro cuore della relazione col figlio. So benissimo che, nella realtà, esistono relazioni anche laceranti e che avere un figlio non è tutto un idillio. Ma a Natale il figlio è l’idillio. La “F”amiglia è un idilllio se è quella con un figlio.

Ogni madre che ho conosciuto, alla domanda “qual è stato il momento più felice della tua vita?” risponde qualcosa di riconducibile a “quando è nato mio figlio” o “quando ho visto mio figlio per la prima volta”.
Invidio questa sicurezza delle madri: io non so definire il mio momento felice, non perché ne abbia tanti tra cui scegliere ma perché io stessa, qualsiasi cosa possa identificare, non la reputo all’altezza del miracolo di dar luce ad un figlio. Forse, in qualche angolo remoto di me, spero ancora di far parte di un simile miracolo. O, forse, indipendentemente da questo, spero che le cose più belle nella mia vita debbano ancora accadere.

Chissà se è lo stesso anche per gli uomini?
Se penso alla sacra famiglia… Povero Giuseppe! Padre non biologico, si trova tra i piedi un figlio non suo, che gli fanno pure passare come figlio di Dio! Bellissimo, a tal proposito, il film “Per amore, solo per amore” con un Abattantuono-Giuseppe che svela l’estrema umanità della sua insolita condizione e ci instilla il dubbio che anche i santi sono stati umani… magari un giorno saremo santi anche noi?!

Voi, che non avete figli ma li vorreste con tutto il cuore, come riuscite a rapportarvi e a digerire questa immagine sacra e tradizionale della famiglia? In cosa vi riconoscete e cosa vi calza largo?

Parliamone.

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