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Siamo sposati dal 1999, con l’esplicito progetto condiviso di costruire una bella famiglia: un paio di marmocchi, da crescere intanto che ci sono gioventù ed energie da vendere; la passione dei viaggi e il sogno di scarrozzarceli – questi marmocchi, che saranno sicuramente belli, sani e bravi – in giro per il mondo; la speranza di dargli positive esperienza vissute con noi, che possano ricordare con gioia e orgoglio e, chissà, magari di riuscire anche ad avere interessi in comune e a parlarne viaggiando insieme, quando inizieranno ad avere padronanza del ragionamento.
La “ricerca” ufficiale inizia nel 2001. Ad oggi Irene ed Eliseo non sono ancora arrivati.
Non ce ne siamo fatti una ragione. Probabilmente non ce la faremo mai. Ma rifiutiamo l’idea del figlio ad ogni costo. Senza alcun giudizio per chi lo vuole, invece, ad ogni costo. Semplicemente, non è la nostra strada.
Una delle cose che ci ferisce di più è l’inesistenza di una causa, di qualcosa di chiaro e definito a cui attribuire la colpa. “Infertilità primaria ad eziologia sconosciuta” è la nostra etichetta medica.
Anticipiamo le risposte alle domande di rito, che di solito ci vengono rivolte:
– inutile dirlo, esami a go-go di ogni genere e sorte: fatti;
– procreazione medicalmente assistita: fatta – un tentativo, ma basta e avanza, ci fa dire “almeno ci abbiamo provato e, adesso che sappiamo com’è, abbiamo capito che non è così che vogliamo concepire nostro figlio”;
– adozione? Avete una minima idea di quali energie – di tempo, denaro, rimuginazioni – dovete spendere per intramprendere il percorso adottivo? Noi sì, ci siamo documentati approfonditamente. La nostra impressione è quella di andare a “comprare” un figlio a scatola chiusa; un figlio che non richiamerà i nostri tratti somatici e, se anche casualmente dovesse assomigliarci, comunque non sarà sangue del nostro sangue… Chi ci assicura che saremo capaci di accogliere i suoi difetti? Come possiamo prescindere dai primi anni della sua vita, che sappiamo essere la base su cui si formano tutte le principali dinamiche psicologiche future? Ammiriamo chi è determinato e perseverante e compie questo passo. Noi non ce la sentiamo.
In compenso, però, ci siamo fatti stregare da un mondo ancora più complesso: quello dell’ affido familiare.
In pratica, ti danno uno o più bambini per un periodo di tempo definito e, alla scadenza, lo/li restituisci. Sì, perché lo scopo è quello di fornire sostegno in un momento di difficoltà della famiglia dei piccoli, ospitandoli in casa tua e affiancando o subentrando momentaneamente ai genitori naturali.
Fantastico! Un esercizio per il non attaccamento affettivo (che non significa anaffettività, ma evitare di fondersi con l’altro e desiderare che l’altro possa reggersi sicuro sulle sue gambe, sapendo che puo comunque contare su di te), un “lavoro” di estrema utilità sociale, la possibilità di creare una famiglia alternativa e indubbiamente fuori dall’ordinario. Insomma, una sfida alla nostra altezza. La possibilità di provare a bruciare un po’ di quel carburante chiamato genitorialità di cui in corpo abbiamo grandi dosi.
Il tentativo di dare un senso al nostro essere nel mondo con questo desiderio bruciante ed inappagato.
Questo è anche il senso del blog. Ragionare e potersi confrontare con altri che si ritrovano nella stessa situazione per non sentirsi più così soli. Siamo in tanti, solo che inutili sensi di colpa e vergogna non ci fanno uscire allo scoperto.

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